Il nuovo canto di Natale – Omelia del parroco don Matteo per la notte di Natale

Omelia della notte di Natale 2022

Fa bene a momenti tornar bambini, e più che mai a Natale, che è una festa istituita da Dio fattosi anch’egli bambino.
(Charles Dickens)

IL NUOVO CANTO DI NATALE

Tornando bambini ci raccontiamo una favola. O meglio prendiamo in prestito una delle opere più famose di Charles Dickens, A Christmas Carol – Il Canto di Natale. Ci ispiriamo a questa narrazione, ma cerchiamo di rileggerla mettendo noi stessi al posto di Ebenezer Scrooge. 

Ebenezer è un uomo che ricalca in filigrana la fisionomia di ciascuno di noi. Alla felicità vera ci lasciamo sedurre dall’illusione, alla salvezza che viene dall’amore, preferiamo l’inganno dell’avere, del possedere, del trattenere: crediamo di possedere tutto e invece siamo posseduti dal tutto, crediamo di avere il controllo su tutto, mentre è il tutto che ha il controllo su di noi.

Scrooge trova la redenzione in un percorso in cui viene accompagnato a rileggere la sua storia, un percorso guidato, non solitario. Nessuno deve illudersi di salvarsi con le proprie forze. E quindi per Ebenezer accade il Natale: lui rinasce, o forse nasce, perché riscopre il senso della vita o, più giustamente, restituisce un senso alla sua vita. Apre gli occhi, viene alla luce, appunto, nasce.

Il percorso del nostro protagonista, che sarà anche il nostro percorso, avviene con tre spiriti che lo conducono nel suo passato, nel suo presente e nel suo futuro. Qui noi ci distacchiamo dal Canto di Dickens e faremo una variazione sul tema: non tre spiriti, tre fantasmi, ma tre angeli. Angelo significa messaggero, porta il messaggio di Dio ed è proprio l’angelo che porta il messaggio, l’annuncio del Natale ai pastori e così a noi, questi tre messaggeri, ci porteranno il Vangelo, che in greco significa bella notizia, di un Dio-con-noi, del Dio che si fa carne e storia dentro la nostra vita.

Il nostro viaggio inizia con l’Angelo dei Natali passati che nel cuore della notte si palesa dentro la camera, la stanza intima della nostra vita. Il passato è quello che ci ha reso quello che siamo oggi, le ferite cicatrizzate ci hanno reso più forti, a volte anche più arrabbiati o altre volte riconciliati, quelle ancora aperte sono le nostre fragilità, le nostre paure ed impotenze. Esistono gli angoli dei rimpianti, dell’ “avrei potuto”, ci sono gli angoli dei momenti spensierati, della festa, delle bellezze. Ci sono i vicoli ciechi dei lutti, del tempo che è stato e che non tornerà più, soprattutto con chi abbiamo amato. L’angelo che ci accompagna ci mostra tutto e ci pone, e a tratti impone, la domanda: “Cosa vedi?” E noi, nuovi Scrooge, rispondiamo: “Vedo ciò che ero”. L’angelo incalza: “No, tu vedi ciò che sei”. Noi siamo la nostra storia, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo ricordi. A questo punto siamo noi a chiedere all’Angelo dei natali passati: “Sì, ma tu, Angelo dov’eri? Dov’era Dio nella mia storia?”. L’Angelo, non si scompone e risponde alla provocazione: “Ero lì”. Noi non capiamo, ma l’angelo indica. Indica cosa? “Vedi quelle persone – riprende l’Angelo – che ti sono state vicino, che ti hanno abbracciato quando volevi solo stare con te stesso e ti hanno scaldato il cuore, che ti hanno stanato dai tuoi nascondigli, che ti hanno donato momenti di festa, che ti hanno strappato un sorriso ogni volta che pensavi a qualcuno di loro? Persone diverse o sempre le stesse, persone conosciute solo per un istante, ma un istante che ancora conservi? Ecco io, ma non solo io, Dio era lì”. Lì Ebenezer-che-siamo-noi comprende. Dio è nell’altro. E comprende il passato: è Natale ogni volta che qualcuno restituisce bellezza alla mia vita. Dio si fa carne in quel volto, assume quel volto. 

Sgrooge si ritrova nel suo letto. Pensa sia stato solo un sogno quando appare l’Angelo del Natale presente. L’Angelo spiazza Ebenezer e quindi noi con una domanda: “Sai Scrooge perché si chiama presente?” “No” risponde. “Perché è un dono” conclude l’Angelo. Ebenezer – che ricordiamolo siamo noi – si rende conto che è troppo chiuso, intrappolato dentro le cose “da fare”, dentro la routine del quotidiano, dentro l’ansia di dimostrare quanto vale, di riuscire a fare tutto e tutto da solo, e alla fine ha trascurato il fatto che la vita stessa è un dono. E quindi da per scontato tutto il bene che ha intorno. Vuole sempre altro, quando la vera gioia è a portata di mano. L’Angelo mostra quindi ad Ebenezer Scrooge il suo presente: gli mostra quando solo oggi ha risposto male ad un suo familiare, non ha dato un bacio alla persona a cui vuole bene, non ha detto grazie per una cortesia ricevuta. Poi va avanti mostrando la qualità del tempo che passa con le persone che ama. C’è ma non c’è. Il corpo è presente, ma la testa forse per stanchezza, forse per i troppi pensieri, forse per rassegnazione è altrove ed anche il cuore ormai sembra fuggire. “Sai perché esiste il Natale?” Chiede l’Angelo del Natale presente che pare essere portato per le domande a bruciapelo. Scrooge fa per rispondere ma l’Angelo incalza: “Perché abbiamo bisogno di tenerezza, Dio si è fatto bambino per ricordarci che il nostro cuore chiede tenerezza. Devi fermarti Ebenezer, fermarti e pensare che la tenerezza ti restituisce il presente e quindi la vita. Dio ha salvato la tua vita con la tenerezza, questa è l’unica cosa che conta”.

Tornato nella sua camera Scrooge non fa in tempo a comprendere che si palesa l’Angelo dei Natali futuri e lo porta in quella che sarà la sua vita. Sembra non parlare, eppure è tra i tre l’angelo che si fa comprendere meglio. Gli mostra un futuro in cui lui è solo. Non solo perché non ha nessuno intorno, è solo perché ha ridotto la socialità ad uno scambio di messaggi. È solo perché non ha avuto la volontà ed il tempo di custodire relazioni che sanno guardarsi negli occhi. Perché il “non ho mai tempo” è solo una scusa. Quando oramai Ebenezer si era rassegnato ad avere un accompagnatore muto l’Angelo parla ed afferma: “Dio si è fatto uomo perché lui, Dio, ha voluto entrare nelle storie degli uomini e non essere uno spettatore. Lui si è fatto uomo per camminare con ogni uomo, a prescindere dalla sua storia, lui ha voluto condividere le storie” Ebenezer sorride pensando che anche lui condivide le storie, ma sui social. L’Angelo irritato continua: “Ha voluto condividere le storie anche fatte di peccato, lui non si scandalizza, non giudica, ci ha messo la faccia sino alla croce. Dio ha più fede in te, che tu in lui, ma a lui va bene così. Lui nel Natale ti dice che non ti lascia e non ti lascerà mai solo. Lui nel Natale, facendosi uomo, ti ha insegnato cosa significa essere uomo. Non sei fatto per chiuderti in te stesso Ebenezer. Nessuno si salva da solo”.

Scrooge ritorna nella sua casa, è mattino. È il mattino di Natale. E ora noi, che siamo Ebenezer, abbiamo riletto il nostro passato, guardato il presente e scorto il futuro. 

Apriamo la finestra, guardiamo fuori, il cielo, l’aria pungente che porta il profumo dello zenzero, l’atmosfera del Natale che anche nel silenzio la percepisci, ci chiediamo “Cosa resta di questo viaggio?” 

Noi abbiamo bisogno di volti, di scrivere storie di tenerezza, di comprendere il dono che l’oggi ci offre nel poter fermarci sulle cose che restano, quelle che scaldano il cuore, le uniche autentiche e non dei farmaci placebo per una vita frustrata, saper custodire quindi le relazioni. 

Scrooge chiude la finestra, si mette la giacca e apre la porta per vivere il personalissimo Natale. E chiudendola pensa all’ultima frase dell’Angelo dei Natali futuri: “Non sei fatto per chiuderti in te stesso Ebenezer. Nessuno si salva da solo”. 

Ed esce fuori, viene alla luce.